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INCONTRO
CON ALIGI SASSU
di Salvatore Quasimodo
Ho
incontrato Aligi Sassu per la prima volta, a Milano, nel 1937.
Era il periodo di preparazione della Rivista « Corrente », cioè
quella della lotta - non proprio sotterranea - più impegnata
contro il regime fascista e la sua politica culturale. Un tempo
molto complesso per la pittura e la letteratura italiana. Per la
pittura, le prove di Guttuso, Sassu, Birolli, Migneco e altri
sono oggi ferme nella storia dell'arte figurativa europea.
Dal 1929 al ' 63 sono qui raccolte trentacinque incisioni di
Sassu, preziose per la sua «
cronaca ». I colori del rame, vecchio e nuovo, opache e
lucenti armature di guerrieri in basso rilievi, hanno riposi di
memoria autunnale. Ma un autunno di ricerca della verità, un
po' riflesso. Il rosso, il giallo. Le figure ripetono, con le
linee pure del tratto,
il discorso che Sassu prolunga nelle tavole colorate dei
dipinti. O forse lo anticipano?
Non si può affermare che il ciclo di esercizi filosofici,
formali e di stile sia per Aligi Sassu esposto in visibile
crisi: come artista è assente, per chiaro equilibrio
spirituale, dalle follie false o vere di chi modula la propria
scoperta dell'assoluto con crolli e rovine e disperazioni. Il
pittore impressiona le lastre della sua rappresentazione della
natura con raccordi spontanei ai sentimenti,
ai giochi nitidi di una forza isolana.
Il
classico sarà risolto da un sussulto romantico, ma il
simbolismo di resa non dimentica il gorgo sensuale: in « Fiori
Chiari » è visibile questa convinzione, nelle
architetture roventi dei nudi, sostegni di una
prospettiva non stilizzata. Il simbolismo di Sassu è inteso
come bellezza, ma di ordine etico, non formale; il suo
romanticismo è affettivo evoca gli oggetti del
ricordo, dei luoghi. Nel mondo mentale - per dire
costruito senza unità di categorie di spazio e tempo -
l'angoscia del pittore per non travolgere il reale, nel nome delle anatomie metafisiche o
futuriste delle rivoluzioni di inizio secolo, coinvolge i sorrisi,
la tristezza, l'indifferenza di volti a lui noti, amici.
Nell'incisione « Monte
di Pietà » la figura al centro ha il viso del
professore di latino di Sassu. In alcune pagine rompono
il bianco del foglio i colori fulvi, gialli e rossi e viola che
riportano a esperienze cromatiche dei primi maestri gotici o dei
più recenti impressionisti.
Una spontaneità che Sassu non cancella nemmeno quando parte con
l’«Argonauta
» verso le isole di ombra e di cifre della felicità e
perfezione. L'immagine mitica ed eroica della bellezza maschile
coincide con l'amore per gli exempla
mediterranei dalla limpida meridiana morale. E poi Giasone
è anche il ciclista
dalla maglia aderente e i muscoli tesi, con la bicicletta a
fianco. In questa corsa al «Traguardo», Aligi Sassu scrive la
sua libertà creativa e umana: il classico e il furore romantico
dei suoi cavalli usciti con maggiore prepotenza dei Delacroix
dalle enormi tele del Louvre, le perversioni delle superfici di
un futurismo sepolto nel ricordo, tutto è materia per realizzare
il secco, impegno del sardo. Anche se con una resistenza inconscia, egli arriva egualmente a esprimere il proprio
impulso: di essere reale, di seguire un'allegoria interna, una
solitudine, una durata che fanno parte della sua coscienza.
Gli anni dell'arco delle incisioni di questo volume scivolano
densi di negativi sociali, con
le ripide proposte di realismo o di morte, rinascita degli
antichi, vuote di significato. Il momento « straniero » di
Aligi Sassu non è una distruzione dei motivi tradizionali.
I « Giocatori
di dadi » o « I
musici » sono più la proiezione di
chiaroscuro e di lampi di colore delle scene pastorali e
contadine della Sardegna, che modelli dell'influenza della
scuola francese contemporanea o
precedente.
Anche la solitudine nel rapporto del singolo con il molteplice e
il confuso - l'immagine del viandante di una vena fluida e
sonora che è una strada della città - si isola nella prima
incertezza parigina per concretarsi nelle « Battaglie
» dove gli squarci ondosi predisposti, i cavalieri leggeri e
gli ellittici ani- mali risolvono I'antimonia.
l « caffè
», con i tavolini circolari, i volti obliqui e gli smorti
languori di donne, le passeggiate rovinose lungo i viali, non
sono la facoltà decadente di distruggere creando, l'analisi
intima di un genio malato che trova nel divenire
eracliteo un presentimento e una ragione per delle «
Esecuzioni » quotidiane.
La tendenza francese (a
Parigi Sassu trascorse un periodo della sua vita) per le
stoffe consumate degli interni, per i paesaggi corrosi, per i
ghigni distruttivi di una società in disfacimento che eleggeva
santi e miti nei caffè, è temperata in Sassu anche nella
scelta dei contenuti che vorrebbero essere in quella direzione.
Il suo « modo » italiano di creare nel concreto, e non in un
gioco di bene e di male, vince l'aria di polvere dei salotti della
pittura nei quadri dell'epoca. Sassu rifiuta le cose di
antiquariato; preferisce l'antico autentico. Le sue immagini che
l'incisione spoglia dei colori a densa superficie, sono
assassini, giustizieri, duellanti, prostitute di un inferno
senza « tormenti e tormentati ».
Tratto
dal Vol. "Opera Grafica di Aligi Sassu" edito da Luigi De
Tullio. 1963.
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